martedì, 04 marzo 2008

Confronto Bertinotti-Casini. Assettati su comode poltrone propongono i rispettivi programmi e confutano quello dell'altro. In mezzo, riferimenti, parallelismi, richiami, per rafforzare il proprio punto di vista: "Persino Zapatero in Spagna non ha cambiato quella legge di Aznar...", "Oggi il partito comunista tedesco è guardato in modo meno distante dall'Spd", "Il servizio sanitario italiano non è mica come quello degli Stati Uniti, dove...", "questo  sembra l'equivalente dello scontro tra keynesiani e ...".

La masturbazione è un diritto dell'individuo, sottoposta al libero arbitrio, non un istinto da infliggere.

postato da: pindarescamente alle ore 11:19 | Permalink | commenti (1)
categoria:
mercoledì, 10 ottobre 2007

Mia sorella si lancia contro la tv con il pugno chiuso proteso, blaterando "io gli spaccherei la faccia, a quello là".

Crozza, un tizio che fa il comico, GLI ci costruisce sopra battute che pare neanche ci si sia sforzato per cogitarle e che fanno leva sull'invettiva e il risentimento popolaro.

A lui tocca rintuzzare a spron battuto attacchi quotidiani che piovono da alleati, avversari e arbitri internazionali.

Certo, lui se la passa sicuramente meglio di qualche madre africana che si vede strappare dalle mani supplicanti il figlio di 10 anni, arruolato in chissà quale esercito irregolare per compiere chissà quali turpitudini. Però sapere di essere una figurina del tiro al bersaglio alla quale mirano, bazooka alla mano, in milioni non deve essere corroborante.

C'ha pure un cognome che non lo aiuta, così esplosivo com'è.

A Tommaso Padoa Schioppa, bellunese classe '40, economista nonché titolare del dicastero dell'Economia nel governo della XV legislatura "targato" Prodi, tocca il compito, in un paese impoverito fino al prosciugamento di soldi in parte e, soprattutto, di idee, passioni, voglia di bene comune, di difendere quell'osso chiamato Italia sul quale quasi tutti si accapigliano per strappare via gli ultimi brandelli di ciccia.

Pronti via, fa quattro calcoli al volo con il mega pallottoliere ministeriale e che cosa ci trova nel forziere di Stato? Il vuoto. Neanche le ragnatele ci sono rimaste. Eh si, perché il precedente governo è stato talmente bravo, talmente capace, talmente furbo e talmente animato dalla voglia di donare gioia al suo popolo che, con una maggioranza ampia e stabile come mai aveva avuto un esecutivo in 53 anni di Repubblica nostrana, è riuscito a portare a casa un paio di grandi riforme: scuola (bbona quella...) e lavoro (dio del cielo, apriti), oltre a una crescita 0 (niente, nicht, nada, un cazzo), la picchiata della produzione industriale, un debito pubblico gigante (tanto che mi chiedo perché nessuno abbia ancora promosso un "cancella il debito" per l'Italia, come si fa nei confronti di Afghanistan, Malawi e Guinea Bissau. Non è abbastanza esotica? Date qualche anno ancora ai mutamenti climatici, e poi ne riparliamo..) e una fiducia degli italiani verso il presente e il futuro già in coma.

Guida l'economia di un paese in cerca di anima, dove pare che lo sport nazionale sia quello di gareggiare a chi sgomita di più per accaparrarsi la sua scialuppetta, e peggio per chi resta fuori. C'ha da sentire gli ex comunisti, o comunisti, o massimalisti, o sinistrati radicali che mirano a redistribuire (ottima idea: ma cosa?), a tamponare, quando ormai la barca fa acqua da tutte le parti. Vorrebbe maggior rigore perché, a suo modo di vedere, quella è la rotta da seguire per rimettere in moto l’economia. Quando si prova a dire queste cose gli danno del sadico, dell’incompetente, del maledetto (ma, cioè, quando noi c’abbiamo i “buffi”, che facciamo? A un certo punto cerchiamo di ripianarli, oppure puntiamo dritti verso il lastrico e poco male se finiamo a dormire sotto ai ponti?).

Che poi vorrebbe, ma comunque non può attuare i suoi propositi. Perché la gente è incazzata nera e gli apparati dei partiti sono atterriti dall’idea di perdere ulteriori consensi. Così finisce che alla gente cercano di calmierarla un po’ e i problemi non si spostano di una virgola da lì dove sono. Very well done.

Pure lui non sarà uno stinco di santo, sicuro. Di certo non è un fine oratore né un ammaestratore di folle, vista l’uscita sui genitori del ’68 e i figli “bamboccioni”: indifendibile anche se avesse potuto schierare la Bongiorno, Taormina e Ghedini (dai, l’avvocato che difende Berlusconi e sembra il fratello togato di Dario Argento).

In conclusione: magari tra cento anni l’Italia esisterà ancora, e così le scuole e gli studenti. E’ possibile che, da qualche parte, a fare lezione di storia, ci sarà un cesenate di origine Marocchina che, parlando ad una classe dove sono rappresentati tutti i colori della pelle (incluso il tono “sabbia dopo il riflusso della marea") della crisi economica e morale del loro paese all’inizio del secolo precedente, racconterà di un ministro dell’economia che voleva un po’ fare l’Italia. E poi è morto.

postato da: pindarescamente alle ore 00:36 | Permalink | commenti (1)
categoria:personaggi
lunedì, 08 ottobre 2007

Gli umani tendono a esercitare la professione della vita secondo i dettami della rappresentazione in costume.

E se il costume se lo tolgono?

Stessa cosa, il costume sarà l'assenza del costume.

Ma una soluzione, una via di mezzo, non c'è?

Si può tentare con il topless.

postato da: pindarescamente alle ore 14:03 | Permalink | commenti
categoria:
giovedì, 27 settembre 2007

Omicidi nella usuale provincia vestita a festa e timorata di un dio inferiore, interessanti come rilevare il peso che  dopo una settimana raggiunge il gomitolo di pelo che si è depositato nel buco dell'ombellico.

Beoti che non sanno fare i loro interessi (quelli economici, dico) neppure quando glieli hai garbatamente librati di fronte alla faccia.

Film sulla experienza corporea e non di Bob Dylan dove una delle battute finali, autoreferenziale, a presunto effetto, dell'interminabile ingarbuglio (e m'è pure piaciuto!) suona artistoi-demente tipo "Infondo lo sanno tutti che non sono un cantante folk": e allora?

Gente che si sposa o si separa e che, non appena separata, scruta con sguardo languido quando dico che quella sera uscirò con amici e AMICHE, sperando in un mio "vuoi venire anche tu?" che potrebbero aspettare anche fin dopo l'eternità.

L'amore, il sesso, distanze vicine come non mai. La Roma che fallisce l'ennesima prova del 9, l'arrivo dell'autunno e quell'estate 2007 che "Dai, infondo non è stata troppo calda". Nervosismi e distensioni, tra buddhismi in rivolta e vaffanculi che spaziano dai richiami alla rettitudine etica fino alla rotonda congestionata dal traffico di piazza dell'Unità a Fuorigrotta.

Marchette che sono pompini e pompini che sono marchette.

Gli spaghetti cacio e pepe a 10-15 euro, manco fossero trafilati al platino.

I bambini che potrebbero essere noi come eravamo.

Cravatte bianco ghiaccio a nido d'api su camicie bianche.

postato da: pindarescamente alle ore 01:51 | Permalink | commenti (4)
categoria:
lunedì, 11 giugno 2007

Nota di merito (o sarebbe meglio dire 'onore'?) a Gustavo (bleah) Selva, che per un attimo è stato capace di mettere d'accordo destra e sinistra, operazione che non era riuscita neppure in occasione della vittoria ai Mondiali di calcio.

 I fatti: il Selva si era trovato asserragliato nel centro di Roma, completamente chiuso al traffico non a causa dell'arrivo nella capitale di G.W. Bush, ma per volere della giunta veltroniana che aveva pensato bene di sfruttare l'occasione per bloccare la città, esasperare i suoi cittadini e far rivolgere la loro frustrazione nei confronti del presidente americano, il quale era del tutto ignaro (parola che gli calza come un guanto) del sordido piano ordito dalla sinistra irresponsabile che comanda in questo paese.

L'aennino senatore, di fronte a questo attacco alla democrazia non si è perso d'animo e, vista nei pressi del Parlamento un'ambulanza, ha rivolto all'autista del mezzo un gesto e una domanda "Dica, quanto mi costa da qui fino a via Nogaro?'". "Du sacche de plasma" si è sentito rispondere l'ex sottosegretario alla Difesa, il quale ha subito intimato al suo assistente personale di offrire braccio e vena per il prelievo. Dopo di che, via di corsa verso gli studi di La7.

La mossa non è molto piaciuta ai suoi colleghi parlamentari tra i quali c'è chi, pare, non si è limitato a deplorare l'azione, manifestando il proprio dissenso con frasi come "Ma a fine corsa come hai pagato? Col ticket?", o "Selva: meglio metterci sopra una croce. Rossa".

Il protagonista, messo alle strette e sulla difensiva, si è affretatto a sgombrare il campo da ogni possibile incomprensione precisando che il fatto è accaduto perche "Ero agitato". Ero agitato...

postato da: pindarescamente alle ore 15:00 | Permalink | commenti (7)
categoria:
sabato, 10 marzo 2007

Appunti, in questo caso, concentrati.

Dal momento che la mia memoria è così rilasciata che gli è spuntata la pappagorgia, prendo nota delle parole che ad oggi sono entrate nel novero delle pretendenti all'MVW (Most Valuable Word) 2007.

Tre. Sono. Una per ogni mese, facciamo. La triade è il risultato di una attenta e seria elucubrazione svolta da me e il Gatto. (Gatto, scherzo. Serietà ed elucubruvattelaffottutopescà non fanno parte del nostro bagaglio umano).

La prima, Santiddio, non ha bisogno di ulteriori presentazioni (e prima o poi imparerò a mettere i linkzz). E' la mia preferita, e ormai me la coccolo manco fosse la più amata tra le donne amate che si abbandona tra le mie braccia mentre assistiamo allo spettacolo di un temporale notturno che saetta in lontananza mentre stiamo sdraiati sulla cima di una collina formata da carcasse d’automobili in uno sfasciacarrozze.

Seconda parola: Sottobosco. Applicata dal Gatto a quell'eccentrico panorama costituito dalle offerte di lavoro che circolano su internet rivolte agli "operatori nel settore della comunicazione", in realtà può essere utilizzato in moltissimi altri ambiti. Trattasi fondamentalmente di un sinonimo di "trash", dal quale si differenzia per la sua natura infingarda. Ad un primo sguardo, infatti, ciò che è sottoboscoso si presenta come interessate, credibile. Quando poi si mettono le mani dentro al suo contenuto, quello che si estrae e pattume in decomposizione. Mera merdaccia.

Terza parola: Cincischio. La maternità della parola è sempre del Gatto, che gli ha dato un'accezione legata alla sfera dei rapporti """"sentimentali""""". Per dire, si cinicischia quando ci compare davanti qualcuna/o del sesso opposto e, nonostante si sappia (in quasi-tutta coscienza) che di lui/lei non ce frega un beneamato piffero, prende il via un amabile dialogo fatto di  facce interessanti e interessate, chiacchiere in simpatia intervallate da sorrisi maliardi ed espressioni di piacevole sorpresa. Non è bene limitarne il raggio, però. Cinchischiare può significare anche che di mattina , al bar sotto l’ufficio, si traccheggia per un paio d’ore sul decidere se  prendere il caffè o il cappuccino, quando sono 6 anni che tanto tanto ci beviamo il caffè. Cincischia anche chi ha un peto in corpo e se lo tiene "in caldo" fino al momento in cui non lo può più trattenere. In questo caso, quando ci si produce nel gesto atletico, non si utilizza più il verbo "fare" - il peto -, ma deflagrare. Etc. etc.

postato da: pindarescamente alle ore 04:15 | Permalink | commenti (10)
categoria:
lunedì, 05 marzo 2007

Non ricordo la prima volta in cui successe, e nemmeno l'ultima. Ma in qualche quando è successo:

Il vento che entrando dal finestrino preme all'indietro i capelli e fa tremolare il bordo della maglietta.

Lo sguardo segue il panorama in verdi e blu che corre oltre il bordo della strada.

Occhiali da sole. Un caldo raggio entra nell'auto e si posa sulla spalla.

La canzone dello stereo fa da sottofondo al vociare e alle risa degli amici.

Uno di loro chiede dov'è l'acqua.

 

postato da: pindarescamente alle ore 02:32 | Permalink | commenti (11)
categoria:
sabato, 24 febbraio 2007

In principio quasi non era. Rado, inconsapevole, malgestito. Poi pian pianino si è laicamente fatto strada e oggi "SANTIDDIO" si è guadagnato, in nero, il titolo di parola del momento. Fin d'ora si candida senza timidezze al MVW (most valuable word) Trophy 2007.

Il fatto è che è inarrestabile nella sua capacità di autoprodursi (sono certo che è dotato di volontà propria, e forse ha anche un piano..) situazioni che meritano la sua chiamata in causa.

Sciorino fuori dalla tazza un paio di exempla per meglio comprendere: cammino per strada, faccio per incrociare una tizia che tiene in mano una sigaretta accesa e quando mi è vicina le chiedo: “Mi faresti accendere, per favore?”. Lei mi risponde “No”, e tira dritto, avvolta nel suo cappotto nero come la pece che vorrei rovesciarle addosso. Il suo, poi, non è neppure un “No” ma, piuttosto, il “Nnno!” che ti berciano in faccia i bambini quando provi a fare il simpatico con loro chiedendogli se gli fai provare il loro giocattolo preferito.

Aggiungo: la tizia la incontro per strada perché sono a piedi. E sono a piedi perché, delle tre automobili di cui potenzialmente potrei usufruire, nessuna è in quel momento disponibile. Ergo: mi prendo 4 mezzi per arrivare, in un’ora e mezza, dall’altra parte della città.

Il giorno dopo, però, le macchine sono tutte e tre ferme, parcheggiate, pronte all’uso…peccato soltanto che sia il giorno delle targhe alterne e che l’ultima cifra di tutte e tre sia pari. E quel giorno circolano, ma è ovvio, le dispari.

Ecco. Tutto questo, e altro ancora, mi teletrasporta sul sentiero verbale del santiddio.

Aggiungo: 10 giorni fa, purtroppo, incontro in un pub un vecchio compagno di scuola. E’ un po’ brillo, su di giri. Mi fa: “Ma tu ci vieni alla manifestazione di Vicenza?”. Io : “?! Veramente, no…”. E da lì parte con una tiritera fatta di  “Ah, ma da che parte stai…”, “ma sei un borghese…”, “Sei un ignavo…” e orgogliosamente suggella il suo discorso con frase degna del più zelante gerarca fascista: “C’è chi la storia la fa, e poi c’è chi guarda chi la fa…”. In quei momenti provo tristezza per una persona che è alla ricerca evidente di se stessa (o del fumo?), che si erge a giudice del prossimo manco fosse Santi(ddio) Licheri e, al contempo, i santiddii fioccano nella mia testa alla velocità dei bossoli che schizzano da una mitragliatrice (il contrasto pacifologo VS signore della guerra neo-teo-reo con non è ovviante casuale).

Epperò quelle sue ‘gagliarde’ parole mi sono tornate in mentre alla luce di più recenti fatti, suggerendomi una riflessione/modifica, semplicistica: “c’è chi la storia la fa (burattino) e c’è chi la governa (burattinaio)”. Tutto questo fatto salvo che il burattinaio sia abbastanza abile e fortunato da ben gestire i suoi burattini. Qualora così non fosse, i burattini, nel loro agitarsi al ritmo di ballate ska e di tarante, finirebbero con l’aggrovigliarsi tra loro trasformando i fili della storia in una matassa inutilizzabile. Me lo dico da solo: parole sante(ddee).

 

postato da: pindarescamente alle ore 01:17 | Permalink | commenti (11)
categoria:che tempi, keyword
mercoledì, 31 gennaio 2007

Uno si sveglia la mattina, si guarda intorno per capire se il mondo è ancora al suo posto, poi desta anche il suo neurone e insieme prendono un caffè. Segue la prima lettura delle notizie (Repubblica.it).

ll neurone si aspetta che l'apertura possa riguardare l'Ecofin, o i dietro le quinte sulla vendita di Alitalia.

Io punterei sulla storia di un ex questore che va ad una cena della Vibo Valentia-bene e fa una strage, o su un'indagine da cui emerge che, per gli italiani, la diminuzione del costo delle zucchine beneventane è paradigmatica del recuperato potere d'acquisto dei cittadini.

E invece scatta il sorpresone: la prima notizia, dal titolo cubitale "Mio marito si scusi", è la lettera aperta della moglie di un noto tipo politico che scrive al giornale diretto da Mauro Ezio, a noi, a tutti, per renderci partecipi del fatto che l'atteggiamento tenuto dal suo sposo nel corso di una serata televisiva di gala ha leso "La mia dignità di donna". Al marito, la sciura chiede "pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente". Lui, già accusato di tutti i crimini previsti dai codici civile e penale, stavolta si deve difendere perchè si è permesso di rivolgere ad alcune signore presenti all'evento frasi cialtronescamente ossequianti quali " ... se non fossi già sposato la sposerei subito", o "con te andrei ovunque".

Certo, le tensioni familiari sono sempre un brutto affare e, in questo momento di discussione su Pacs e prim(itiv)ato della famiglia, i nervi sono più scoperti che mai.

Già me lo vedo l'Istituto Piepoli che prende spunto dal fatto per mettere su uno studio e chiedere ai cittadini: "Lui ha sbagliato?", "Lei ha esagerato?", "Cosa dovrebbe fare per recuperare credibilità agli occhi della sua amata? A) Regalarle il Borneo. B) Donarle un mazzo di rose (prima), portarla a mangiare una pizza (poi), possederla gagliardamente sul retro della macchina in qualche anfratto brianzolo (infine) C) Gridare "perdono, perdono, perdonoooo", avvinghiato alla Madunina del duomo di Milano".

E capisco pure che la gelosia tra amanti è una questione che merita rispetto, al pari di tematiche quali la mortalità infantile nel mondo.

Considerazioni ulteriori non me ne vengono, se non quelle condite da male parole che qui preferisco non proferire.

Solo, caro Bruno Vespa, stasera mi aspetto una puntata indimenticabie delle tue, di quelle che fanno la storia del giornalarismo.

postato da: pindarescamente alle ore 12:18 | Permalink | commenti (11)
categoria:ipse dixit, che tempi
mercoledì, 17 gennaio 2007

E’ un nuovo giorno, e ha inizio con un evento: abbandono il giaciglio quando il sole è ancora basso come i tassi delle banche nostrane.

L’evento si sente spaesato di fronte a quella luce dalle tonalità inusuali e così, per fargli compagnia, gli piazzo accanto un comportamento pressoché irripetibile: allungo becco e ali oltre la porta di casa che, fuori allenamento causa la prolungata serratura, si apre striiidendo.

Mi faccio avanti. Sono dentro.

Metropolitana. Salgo, scendo, e cambio linea. In attesa sulla banchina c’è una folla da comizio del Duce.

Passa una metro, riempita da una poltiglia informe nella quale un luminare di anatomia riconoscerebbe un ammasso di corpi umani. Vedo guance spiaccicate contro i vetri, smorfie di dolore. Quelli nei posti a sedere si ritrovano in faccia il culo, o di peggio, di sconosciuti compagni di viaggio della disperazione. Gli improperi giungono ovattati.

Rinuncio e aspetto la prossima: stessa scena.

Alla terza mi sento abbastanza rassegnato per tentare la sortita. Faccio per entrare, e da dietro spingono. Sono sulla porta. Da dietro spingono ancora. Entro, e la pressione sulle mie dorate natiche non fa che aumentare. Non mi giro, solo: “sono etero”. Poi mi volto e vedo ridacchiare una cosa alta, bionda, e graziosa.

Dopo un po’ scendo (cioè, vengo sputato fuori).

Entro in ospedale e vado allo sportello per il pagamento delle visita. Do l'impegnativa e faccio per pagare, quando mi si mettono accanto due attempati esemplari impellicciati, che poggiano i loro ambaradan sul ripiano della cassa e cominciano amabilmente a parlare di non so quale chi, che è andato dove per fare chissà cosa, in un certo quanto, senza un non meglio precisato perché.

Da oltre il vetro l’addetto allo sportello le invita ad allontanarsi, proferendo un cordiale: “aò, signò, guardate che qua mica stamo dar pizzicagnolo…”.

Pago, girovago per i reparti in cerca della mia sala d’attesa.

Chiedo delucidazioni a un signore, ma a rispondermi è una vecchina che gli siede accanto.

Rugosa come il delta prosciugato di un fiume ripreso dall'aereo, china sui ferri con i quali sta sta facendo un centro tavola da corredo, vestita con il tradizionale abito nero delle donne lucane che mettevano pomodori e fichi ad essiccare davanti alla porta di casa: avrà almeno un secolo.

Mi dice: “la sala è sulla destra, e il suo numero verrà chiamato dal DISPLAY”.

Accetto di buon grado la lezione

La visita va, la vita resta con me.

Faccio per ridiscendere nel gorgo della metropolitana, quando il cellulare squilla.

E’ Sakima.

Scambio di saluti, poi si passa al sodo.

“Stasera ce lo facciamo un cinema?”.

“Mmm…, non lo so, Saki. Non lo so se mi va di andarci due volte nello stesso giorno”.

“Perché, ne hai uno anche al pomeriggio?”.

Oblitero il biglietto

“No, veramente ci sto ora”.

“…Adesso?! Al cinema alle 10 di mattina?!”

Salgo sulla scala mobile.

“Mbè? Si…”

“A Pinda, che c….”

“Scusa, Saki, ma ti devo proprio lasciare: mi comincia il secondo tempo”.

postato da: pindarescamente alle ore 02:07 | Permalink | commenti (9)
categoria:mescalina, proiezioni
lunedì, 08 gennaio 2007

.....Yaaawnnnnnn...mmmmmhhhhhh

Sulla nuvoletta del letargo ci stavo proprio bene e volentieri sarei rimasto lì ancora per un pezzo, se non che mi sono arrivate due catenate tra capo e costato da Gattarandagia e Shehra. Il dolce risveglio che mi hanno inflitto ha lo scopo di farmi esprimere pubblicamente cinque cose che non sapete di me.

Non che la cosa mi faccia grondare di entusiasmo, ma l'invito di due signore non può essere rigettato e perciò...

...Dunque dunque.

1) Bevo circa una decina di caffè al giorno e ciò nonostante mi addormento con estrema facilità. Il mio cardiologo ha detto che se continuo di questo passo ho le ore contate. Io gli ho risposto che volevo saperne qualcosa di più sulle conseguenze del mio agire, magari facendo due chiacchiere informali al bar davanti a un buon caffè.

2) Non porto orologi. E' una scelta che ho compiuto alcuni anni fa,  quando mi sono reso conto che guardavo l'ora ogni 15 secondi e stavo trasformando il tempo in un tic (tac) ossessivo. Resta il cellulare ma, per ovviare all'inconveniente, spesso lo dimentico volontariariamente a casa.

3) Quando scendo a una stazione della metro e davanti mi trovo un muro di persone che aspetta come avvoltoi di lanciarsi dentro il vagone, lasciando a chi esce un pertugio di 7mm dove passare, a volte faccio due cose: o irrigidisco le spalle e vado a sbattere come un trattore contro chi mi si para di fronte (escluse vecchine e bimbi), portandomelo appresso per un paio di metri, oppure allungo una mano e lo scanso come fosse un paletto dello slalom speciale.

4) Tendo a mettere poco sale nell'acqua della pasta, per poi aggiungerne dopo l'assaggio di media cottura.

5) C'è una futile discussione di gruppo durante la quale tutti si accapigliano con tutti, straparlano, e nessuno si fa gli affaracci propri? Ai margini del gruppo c'è un tipo che volta le spalle alla caciara e contempla un indefinito punto che tende verso il nulla fumando una sigaretta o che, mentre volano i cocci, china la testa sulla tavola e comincia a sgranocchiare le crosticine di pane raccolte con l'indice? Quello è io.

Fine. Adesso dovrei scegliere qualcuno al quale appioppare questo giochino per continuare la catena, ma pare che io sia giunto buon ultimo... Nina, tu l'hai fatto o no?

postato da: pindarescamente alle ore 16:09 | Permalink | commenti (14)
categoria:bloggers tales
domenica, 24 dicembre 2006

Sono andato al funerale di Piergiorgio Welby.

No, non spinto da ideali, principi, curiosità, voglia di testimoniare. Ero lì per lavoro, per eseguire un compito assegnatomi.

Sono andato distrattamente, se non controvoglia.

Nonostante fossi indaffarato a fiutare facce e parole l'ho percepita, l'atmosfera. 

No. Gli aggettivi, no.

Sono arrivato che stavo, ero, in un modo e sono andato via che...altro.

Ho ricevuto il mio regalo di Natale.

La ringrazio per il dono.

Auguri, :-).

postato da: pindarescamente alle ore 15:39 | Permalink | commenti (10)
categoria:silenzi
giovedì, 21 dicembre 2006

... tu il pace maker impiantato al signor Silvio Berlusconi, con il quale d'ora innanzi vivrà core a core. Augurissimi? Condoglianze? Lascio la scelta al suo buon cuore.

Ma si, lo so che il bersaglio è banalmente "grosso" e immobile, ma una tantum mi avvalgo comunque  della facoltà di impallinarlo (mirando al cuore, of course).

postato da: pindarescamente alle ore 16:20 | Permalink | commenti (6)
categoria:
lunedì, 18 dicembre 2006

 

"Basta poco, che ce vo'!", recitava anni addietro un tenero bimbo del Continente Nero, che in uno spot invitava a sostenere una campagna per far avere un po’ d’acqua anche a quei poveracci, che altrimenti si devono fare  10 km a piedi per racimolarne due secchi.

Basta poco anche per passare da una festa napoletana da 8+ a una romana da 5.

E’ che mica è colpa della Balduina romanordina. E neppure del personale presente, di sicuro agiato, vestito di conformisticamente sobri o trasgressive (fa lo stesso) abiti. Sull’allochescion niente da dire: pretty nice, e cibo e bevande facevano bella mostra di abbondanza, prima che io mi ci catapultassi sopra.

Però… però. Però se la componente maschile è composta per il 97% da omosessuali a me va anche bene (minore concorrenza, mettiamola così), ma se poi capita che loro fanno crocchio e tu (io), per andare da una stanza all’altra, devi passarci in mezzo e loro non si sognano nemmeno di farti un po’ largo, no, e devi aprirti un varco strusciandoti a loro, santiddio. Oppure se vieni fissato da cerbiattei occhi sotto i quali si profilano un bel paio di baffoni che per attaccarti bottone dicono frasi tipo “Non trovi che questa festa si venuta particolarmente bene?” o “sai per caso se questa è la porta del bagno? (le altre due presenti nella casa erano aperte e davano su cucina e camera da letto…)”.

Il restante 3% comprendeva due tizi in kilt con creste punk e altri divisi tra il “c’ho il fisico e so figo”, l’occhio calato a mezz’asta di quello un po’ paraculo, un po’ viscido , un po’ “'n finale sti cazzi” e quelli  “ma si, sto, qua. Ma infondo potrei stare in altri mille altri posti e sarebbe lo stesso”.

Sulle donne, poco da dire: abbastanza anonime. Un paio berbenino (ma sarà poi vero?), altre con lo sguardo del “effettivamente mi sento di molto ‘sto cavolo. E tu poi chi saresti, ominide che mi si para davanti?”, discinte sciaquettone.

Fatte le persone, fatta la festa: mosceria, inopportuna baldanza, e ognuno che se ne stava nella sua enclave. Musica? Quella “giusta”.

Tempo di permanenza : 1 ora, 02 minuti, 09 secondi. Senza rimpianti, resta l’obbiettivo di fondo: abbattere il muro dei 10 minuti.

postato da: pindarescamente alle ore 13:29 | Permalink | commenti (9)
categoria:lets get loud
venerdì, 15 dicembre 2006

Un uomo anziano e malfermo, la sua vita in un paesino del Midwest, sperduto tra giganteschi appezzamenti a coltura che si allungano oltre l'orizzonte della pianura americana, divisa tra gli amici di sempre e la figlia dislessica. E' una parabola che potrebbe non terminare mai, fatta di un piccolo mondo fuori dal mondo dove il tempo è al limite dello stato di sospensione.

E invece la vita e le sue scadenze si fanno sentire anche là. Quando Alvin viene a sapere che suo fratello, con il quale è cresciuto spalla a spalla prima di rompere i rapporti drasticamente, è stato colto da infarto decide di andarlo a trovare, di raggiungerlo. Di ricongiungersi. Lo fa a modo suo, mettendosi in spalla la sua anzianità e percorrendo il viaggio di 500 miglia che li separano a bordo di un mini trattore che procede più lento del passare delle stagioni. Alvin agisce secondo i tempi che gli consentono i due bastoni che lo sorreggono e senza farsi prendere da smanie, sa che la vita non obbedisce alla fretta.

"Un storia vera" (1999) è fir(l)mato da un David Lynch superbo. Quì non c'è traccia (ad esclusione del siparietto tra i due gemelli meccanici) dell'autore visionario di "Strade Perdute" o "Mulholland drive". No, perchè qui sembra che Lynch si sia concesso una rappresentazione liturgica: mettere in scena una piccola, semplice, storia (vera), fatta di silenzi interrotti da parole che pesano come obesi, dove gli occhi e gli sguardi raccontano del tempo che passa , di stupore gentilezza fermezza commozione saggezza. Portare questa "piccola", "semplice", "asciutta" pellicola fin sul bordo della perfezione: ecco cosa a fatto. La regia, le inquadrature, raccontano più di mille dialoghi. Anzi, parlano per essi. Il lirismo non indulge mai nel patetico sentimentalismo, ma tiene entrambi gli stivali ben piantati nel terreno.

A suo modo lo trovo estremamente natalizio (e che Mefisto mi perdoni...).

Special thanks to Shehra, che mi aveva consigliato di vederlo.

 

 

postato da: pindarescamente alle ore 22:44 | Permalink | commenti
categoria:proiezioni
martedì, 12 dicembre 2006

A Napoli, Nina. Sono finito a Napoli.

Che mi ha "accolto" con granitiche folate di zeppole e crocchette, una pioggia che nimmanco in Thailandia durante la stagione dei monsoni, il Santo Natale con tanto di Madonne, Gesù bambini e presepi grandi come un bilocale, clacsonate alla rinfusa, strade del centro rese caratteristiche per il fatto  che il loro tipico lastricato grigio scuro, liscio come una slic da Formula 1 e intagliato qua e là da qualche sfregio, quando bagnato si trasforma in una saponetta melmosa al cui contatto le mie Clark (unica scarpa in dotazione)  hanno cominciato a pattinare.E io non sono un gran pattinatore...

Punto.

All'appello hanno aderito anche quelle loro facce, il dialetto carpito per strada, quel senso di struggimento che, maledetta, ha ed espone, cafè dolci pizza e quant'altro. Senza contare le festa (perchè si, c'è stata una festa), organizzata nell'appartamento nel quale sono stato.

Serata riuscita nonostante i cattivi presagi sparsi durante i preparativi da emissari volontari del lato oscuro della forza, al quale si è efficacemente opposta la parte dedita all'irenico fluire (come la lava...) delle cose secondo le linee guida dettate dallo spirito dell'amore. L'evento è stato contaminato da una variegata quantità di soggetti tra i quali, vado a caso, cito un combattente revolutionario del Chapas, etiopi dalla perfetta cadenza milanese perchè infondo nella vita bisogna provare tutto, due parti di omossessulità, una schiera di dottorandi nelle più svariate discipline, mondo della tv, un duetto in stile "Il gatto e la volpe" della Napoli bene, due esemplari di maschio inglese estratti da brughiere, pub e brit pop, scongelati e inoculati nel tessuto partenopeo.

 

 

postato da: pindarescamente alle ore 02:33 | Permalink | commenti (7)
categoria:
sabato, 02 dicembre 2006

Cosa distingue uno che è sfigato da uno che non lo è?   Da uno che è, che ne so, un "vincente"? Chi è l'uno e chi è l'altro?

Il vincente è forse l'essere che si crede un'isola al centro di un arcipelago, mentre lo sfigato si sente un arcipelago isolato?

Il vincente è Platini (campione elegantissimo, senza dubbio) che oggi siede rispettabilmente incravattato sulle poltrone che contano dei palazzi del potere del calcio, mentre il suo contraltare è Maradona (la manifestazione del divino applicata al piede sinistro): un uomo co 'na panza tanto che urla allo stadio come un capo ultrà e che, tra una battuta di ciglia e l’altra, entra ed esce da una clinica per recupero tossicodipendenti?

Sfigato e vincente sono la quintessenza del concetto di evoluzione della specie (io vivo e vado avanti, tu spera nella reincarnazione)? Oppure i due stati non esistono nella realtà, ma sono il frutto di una elaborazione socio-culturale che deriva dal concetto di potere e da quel che troviamo scritto nei manuali di storia?

Di certo lo sfigato non è quello che finisce sempre nella fila più lunga, che sul lavoro è l’unico a non beccare mai una promozione, che se vola un cazzotto è quello che se lo piglia, o quella che c'ha 3325 allergie e può mangiare solo pane azzimo aproteico. No. Quella è un po’ dabbenaggine, un po’ idiozia, un po’ calcolo delle probabilità (oggi dice male a te, e domani magari pure). 

E' più sfigato chi perde con dignità, o chi vince con disonore?

Dignità e onore sono due termini da sfigati, buoni al massimo per fare della propaganda patriottica? O sono tra quelli che designano il ragionare da vincenti?

Un immigrato che sfacchina per 12 ore al giorno nel retrobottega di una cucina di un qualche ristorante in una nostra qualche città, che al termine fa ritorno nel suo appartamento dove dorme insieme ad altri 8 perfetti sconosciuti, ignaro della realtà che lo circonda ad esclusione del percorso casa-lavoro, è uno sfigato? Oppure è un vincente per il solo fatto di persistere ad esistere?

Risposta ai quesiti: Sicuramente.

postato da: pindarescamente alle ore 21:36 | Permalink | commenti (6)
categoria:mescalina