E’ un nuovo giorno, e ha inizio con un evento: abbandono il giaciglio quando il sole è ancora basso come i tassi delle banche nostrane.
L’evento si sente spaesato di fronte a quella luce dalle tonalità inusuali e così, per fargli compagnia, gli piazzo accanto un comportamento pressoché irripetibile: allungo becco e ali oltre la porta di casa che, fuori allenamento causa la prolungata serratura, si apre striiidendo.
Mi faccio avanti. Sono dentro.
Metropolitana. Salgo, scendo, e cambio linea. In attesa sulla banchina c’è una folla da comizio del Duce.
Passa una metro, riempita da una poltiglia informe nella quale un luminare di anatomia riconoscerebbe un ammasso di corpi umani. Vedo guance spiaccicate contro i vetri, smorfie di dolore. Quelli nei posti a sedere si ritrovano in faccia il culo, o di peggio, di sconosciuti compagni di viaggio della disperazione. Gli improperi giungono ovattati.
Rinuncio e aspetto la prossima: stessa scena.
Alla terza mi sento abbastanza rassegnato per tentare la sortita. Faccio per entrare, e da dietro spingono. Sono sulla porta. Da dietro spingono ancora. Entro, e la pressione sulle mie dorate natiche non fa che aumentare. Non mi giro, solo: “sono etero”. Poi mi volto e vedo ridacchiare una cosa alta, bionda, e graziosa.
Dopo un po’ scendo (cioè, vengo sputato fuori).
Entro in ospedale e vado allo sportello per il pagamento delle visita. Do l'impegnativa e faccio per pagare, quando mi si mettono accanto due attempati esemplari impellicciati, che poggiano i loro ambaradan sul ripiano della cassa e cominciano amabilmente a parlare di non so quale chi, che è andato dove per fare chissà cosa, in un certo quanto, senza un non meglio precisato perché.
Da oltre il vetro l’addetto allo sportello le invita ad allontanarsi, proferendo un cordiale: “aò, signò, guardate che qua mica stamo dar pizzicagnolo…”.
Pago, girovago per i reparti in cerca della mia sala d’attesa.
Chiedo delucidazioni a un signore, ma a rispondermi è una vecchina che gli siede accanto.
Rugosa come il delta prosciugato di un fiume ripreso dall'aereo, china sui ferri con i quali sta sta facendo un centro tavola da corredo, vestita con il tradizionale abito nero delle donne lucane che mettevano pomodori e fichi ad essiccare davanti alla porta di casa: avrà almeno un secolo.
Mi dice: “la sala è sulla destra, e il suo numero verrà chiamato dal DISPLAY”.
Accetto di buon grado la lezione
La visita va, la vita resta con me.
Faccio per ridiscendere nel gorgo della metropolitana, quando il cellulare squilla.
E’ Sakima.
Scambio di saluti, poi si passa al sodo.
“Stasera ce lo facciamo un cinema?”.
“Mmm…, non lo so, Saki. Non lo so se mi va di andarci due volte nello stesso giorno”.
“Perché, ne hai uno anche al pomeriggio?”.
Oblitero il biglietto
“No, veramente ci sto ora”.
“…Adesso?! Al cinema alle 10 di mattina?!”
Salgo sulla scala mobile.
“Mbè? Si…”
“A Pinda, che c….”
“Scusa, Saki, ma ti devo proprio lasciare: mi comincia il secondo tempo”.